Milano in vetta

A Milano la mostra "La Guerra Bianca"

La Guerra Bianca riaffiora dai ghiacciai che si sciolgono.

Vengono alla luce i resti straziati di una guerra tanto feroce quanto folle, combattuta anche sopra i 3000 metri di quota.

E affiora oggi un sentimento di mistica desolazione tra chi osserva le grandi fotografie di Stefano Torrione raccolte nella mostra “La Guerra Bianca” (a Milano, presso la Fabbrica del Vapore, fino al 5 novembre 2017).

Esattamente cent’anni fa, dopo un inverno che fu tra i più freddi e nevosi del secolo, dopo la conquista da parte degli Alpini del Corno di Cavento e dopo un’estate del 1917 in cui gli eserciti erano impegnati a difendere le posizioni acquisite, venne bombardato con bombe incendiarie e distrutto completamente dagli Austro-ungarici l’abitato di Ponte di Legno. Duemila metri più su, tra i ghiacciai, si moriva soprattutto di stenti legati all’ambiente: la morte bianca.

Nei grandi pannelli fotografici della mostra si vive il senso del tempo congelato dai ghiacciai, che ora lasciano intravedere solo schegge, solo frammenti di una tragedia antica, dove il freddo, la fame, le valanghe, i crepacci, le malattie, hanno ucciso più delle bombe e dei proiettili.

Nelle splendide fotografie della mostra manca l’uomo. Si vive un senso di assenza, tra montagne grandi e impassibili dove, in mezzo a neve e rocce, appaiono armi, filo spinato, resti di baracche e camminamenti, cannoni, gallerie, ma anche scarponi chiodati, foto di fidanzate, scatole di sardine, cucchiai, gavette.

Segni di tante vite di ventenni finite nel ghiaccio; nel silenzio della montagna. “Tracce sacre” le definisce Torrione, che per tre anni, insieme all’alpinista Marco Gramola, ha percorso e fotografato la linea del fronte più alta della guerra: Stelvio, Ortles, Cevedale, Adamello, fino alla Marmolada. Sulle tracce di tanti soldati eroi (perché l’eroismo era sopravvivere) agli ordini degli Austro-ungarici e di Luigi Cadorna, macellaio d’uomini.

 

Gabriele Zerbi

Pubblicato il 07/09/2017


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