Milano in vetta

SOLO PER VEDERE

Da tempo volevo vedere e fotografare il Monte Disgrazia di lato, dal versante Ovest, quello da cui appare come una lama sottile, un po’ come il Cervino. Precisamente da quando – anni fa – avevo acquistato un quadro di Giorgio Albertini che lo ritraeva da quella angolatura.

Il quadro sta in bella mostra nella mia casa di Valmalenco ed ogni volta lo guardo con piacere. Avevo anche chiesto al pittore da dove avesse ritratto il monte, ma la sua risposta non mi aveva convinto.
Avevo chiesto in giro, agli alpinisti valtellinesi di mia conoscenza qualche informazione, ma ne avevo ricavato indicazioni vaghe, così decisi di arrangiarmi da solo.

Primo tentativo - il 26 agosto 2015 - al rifugio Ponti (m 2559), base per la salita della via normale del Disgrazia, che è la più bella montagna della Lombardia e quella con il nome peggiore. Erano stati proposti nomi più adatti, da Pizzo Bello a Picco Glorioso, ma la resistenza dei toponimi è fortissima.
Dal rifugio Ponti, insieme ad un occasionale compagno, salgo alla Bocchetta Roma (m.2898), sul sentiero omonimo. In realtà più che un sentiero, è un percorso assai accidentato tra le gande  – grossi blocchi di pietra accatastati dalla natura - sempre sopra i 2500 metri, a tratti attrezzato e con un piccolo nevaio. Tra le rocce ed il nevaio una inattesa  presenza animata.

Punto al bivacco Kima (m. 2700), da cui spero di vedere il fianco della montagna. Ma giuntovi mi rendo conto, nonostante la nebbia, che non è il posto giusto

Rientrato al Rifugio Ponti vi incontro Paolo Masa, una guida alpina, che mi dà la dritta “Devi andare alla Punta Allievi, sopra il rifugio Allievi in Val Masino”. Il giorno stesso ridiscendo a valle.

Due giorni dopo scarpino sul ripido e lunghissimo sentiero che porta dalla Val di Mello al rifugio Allievi (m.2385) , che in realtà si chiama  Bonacossa, mentre l’Allievi, a pochi metri di distanza  è semidistrutto, ma è più antico e quindi vale la regola dei toponimi.
Il Gestore, grande addestratore di cani, mi dà le indicazioni per raggiungere la Punta Allievi (m 3121).

Il giorno seguente sono solo e non conosco il percorso, che non è tracciato, ma solo indicato da ometti di pietra.  Salgo – come consigliatomi - per chine erbose e mi trovo su una cengia obliqua con un passaggio scivoloso. Lo tento tre volte, ma non mi sento di arrischiare: la scoramento prende spazio: non ce la fai, sei troppo vecchio e scarso in arrampicata. Torno indietro, ma scopro un altro passaggio, più facile, forse è il giorno giusto.  Salgo per alcune ore, tra sfasciumi di granito, in cui distinguo a fatica gli ometti, ma la visione del Disgrazia non appare. Mi vengono i dubbi sul percorso, ma un segno inequivocabile mi dice di passare attraverso un buco quasi sulla cima di granito del monte, un passaggio molto aereo, praticamente la cruna dell’ago.

La giornata è splendida, il posto magnifico nella sua selvaggia bellezza. Un po’ ho paura, paura di farmi male e restare isolato, paura della nebbia che potrebbe salire verso sera, ma ho anche una specie di eccitazione, una lucida e calma determinazione che nasce dalla sensazione di essere al posto giusto nel giorno giusto, e che accada quel che deve accadere. E’ uno stato di grazia, mi trovo a parlare da solo a me stesso, per raccomandarmi prudenza, ma al tempo stesso complimentandomi per quello che sto facendo.
Se ci fosse qualcuno con me, l’incanto si spezzerebbe.

Dopo quasi quattro ore di cammino, appare in lontananza la punta del Disgrazia, proprio come la volevo vedere. Ma è solo la punta, devo procedere ancora se lo voglio fotografare. Così proseguo, sempre tra la ganda che richiede equilibrio, finché arrivo su una cima con una Madonnina, che mi pare di conoscere.

Di qui finalmente scatto le mie fotografie e sono completamente appagato. Uno sforzo ed un rischio per fare una fotografia che si potrebbe anche comperare, sembra del tutto gratuito, forse nessuno lo capirebbe, ma mi esalta, come un rito magico. Non è la soddisfazione di un obiettivo raggiunto, è la bellezza del gesto gratuito, come quello dell’artista che crea, pago di dare spazio alla sua ispirazione. Un satori?  E’ tutto qui e adesso.

Ora sono certo che il pittore non è salito fin qui con il cavalletto e la tavolozza, forse ha copiato da una fotografia come la mia.

Il ritorno è più difficile, sono un po’ stanco e spesso perdo la traccia, ripasso dal buco e torno sui miei passi. In discesa, in un canale sono in panne: non è difficile, ma sono stanco e metto un pezzetto di corda per calarmi.
Qui incontro l’unica persona di tutta la giornata, appare incuriosita del mio impaccio e mi dà un po’ d’aiuto.
E’ capitata al momento giusto, nel mio stato d’animo non riesco a pensare che sia per caso.

Perdo ancora la traccia e mi tocca scendere su una lunga pietraia che mette a dura prova le mie ginocchia.

Molto stanco, dopo dieci ore arrivo al rifugio, e quando descrivo il percorso fatto, il Gestore mi informa che non ho salito solo la Punta Allievi, ma sono giunto alla Cima di Castello (m.3379), che avevo salito anni prima ma dal ghiacciaio, in mezzo ai fulmini. Ecco perché la Madonnina mi era parsa famigliare.

Ero solo nel posto giusto nel tempo giusto.

 

Lorenzo Dotti

Ottobre 2015 

 

Pubblicato il 06/09/2017