Milano in vetta

L'ARIA SOTTILE DEL TETTO D'AFRICA

Dicembre 1985, Ginevra: il telefono squilla in ufficio, alla sera tardi: "Salut Philippo, allora sei deciso? hai preparato il materiale? noi siamo pronti, e non vediamo l'ora di partire".
OK, è andata, decisione presa. Qualche telefonata, e fissiamo il volo, per il 26 dicembre, destinazione Kilimanjaro, o "Kili" come dicono i miei compagni d'avventura svizzeri e francesi, o "Kibo" come dicono quelli che sono già esperti. 
A chi non è venuto in mente, almeno una volta, di salire il tetto d'Africa, dominare il più vecchio continente del mondo da 5895 m, lasciare già nella pianura la savana, gli elefanti e i leoni, e guardare dall'alto tutta questa natura incredibile? 
Ovvio che non vogliamo fare il Kibo come tutte le persone di buon senso. Sì saliamo dalla via normale (detta via Marangu), sì ci offriremo il lusso di dormire nei rifugi di montagna (credo che in tutta l'Africa esistano solo qui, e sono sempre pienissimi come per esempio il nostro Gnifetti al Rosa o il Vittorio Emanauele al Gran Paradiso!). Ma qualche variante ci sarà. Intanto prima del Kibo saliremo il Mawenzi, arcigno massiccio roccioso di 5149 m proprio di fronte al re Kili, una divertente arrampicata su roccia di modesta qualità, qualche canale di neve, molto utile come acclimatamento. Poi arriva la parte interessante: salita alla vetta del Kibo e discesa con il parapendio! Sarà un volo da urlo.
Pierre Gevaux è stato il primo uomo a volare in parapendio da un 8000 (per la precisione dal Gasherbrum II nel 1984). Lui ha abbandonato il suo mestiere di elettricista ad Annemasse ed ha fondato la prima scuola di parapendio della Haute Savoie. Sono stato uno dei suoi primi allievi (certamente il primo italiano), accidenti i primi dieci voli a La Clusaz me li ricordo tutti benissimo...Pierre mi chiamava con la radio : "Philippo, appoggia a destraa destra, sei alto, vai giù, giùù", tra i primi voli ricordo un atterraggio rocambolesco su un larice a 20 m da terra ed il recupero di Pierre che ci è salito sull'albero con piccozze e ramponi!
Squilla il telefono una settimana prima della partenza:"Philippo, c'est Pierre; non posso venire al Kili, ti devi arrangiare da solo!...". Accidenti! Brutto colpo, non sono sicuro di essere preparato a volare da solo dal Kibo 5895 m, in mezzo all'Africa, senza assistenza, eccetera. Comunque decido di partire con la mia vela, un bel fagotto di 8 kg da portare a quasi 6000 metri.
Dopo il più classico dei Natali passato in famiglia sul Lago Maggiore, a malincuore (vista la quantità di neve polverosa sui pendii, dall'Ossola alla Valle d'Aosta) rinuncio alle voluttuosità dei fuoripista selvaggi e il 26 dicembre mi trovo puntuale a Ginevra all'imbarco per il lungo volo fino ad Arusha.
Tra i compagni c'è Stéphane, uno svizzero molto riservato e che va forte in montagna. Soltanto dopo parecchi giorni gli caviamo dalla bocca che è titolare di un'azienda che fabbrica componenti per orologeria, che viaggia in Ferrari, è single, e si vuole togliere lo sfizio di salire il Kili. Anch'io sono single, non sono titolare di un accidente, e viaggio con il parapendio, altro che Ferrari.

Finalmente siamo sul suolo africano. Da Moshi la strada sterrata inizia a salire ed i furgoni si arrestano al Marangu hotel. Molto piacevole, pieno di fiori dappertutto, i neri che ti salutano sempre con allegria: "jambo!". E gli inglesi onnipresenti, assolutamente ridicoli con i loro vestiti poco tecnici e molto coloniali. Credo che meno del 10% di loro riesca ad arrivare in vetta.
Mangiamo come tacchini ed il giorno seguente inizia la lunga marcia.
E' incredibile quello che riescono a caricare i portatori, ma come fanno ad avanzare a piedi nudi sul sentiero fangoso?
Tre giorni per arrivare a quota 4500, tutto perfetto, il fisico risponde a meraviglia. E' fantastico vedere come il paesaggio cambia con la quota. Sotto gli occhi appare evidente la lotta della vegetazione per la vita, e si notano forme bizzare come quelle delle lobelie e dei seneci giganti.
E' anche piacevole avanzare senza fretta, non ci sono record o concorrenti da battere. Tutto il team ha questa impostazione, siamo qui per divertirci e non per dimostrare quanto corriamo forte. A quota 3800 m incontro uno skyrunner tedesco, si trova da solo perché ha rifilato più di 40 minuti al suo sventurato compagno, mi chiede in quanto tempo siamo saliti dal rifugio, gli rispondo che non ne ho idea. Mentre gli parlo lui nemmeno si ferma, sta controllando il cronometro e, naturalmente, a differenza nostra non ha tempo da perdere.
La serata di Capodanno è in tenda sotto le stelle, prima della salita al Mawenzi, in un posto magico distante anni luce dal mondo della pianura africana. Siamo un team internazionale e ciascuno di noi tira fuori dall'angolo più nascosto dello zaino la specialità del proprio paese: ecco un pezzo di reblochon di Stéphane, Gonzalo da Villadolid espone il jamon serrano, Gérome trionfa con il patè de canard, io estraggo come una pepita la toma di Ciamporino, ma mi becco gli insulti perché si aspettavano il panettone, e io a spiegare..no, no, non sono di Milano, sono della Val d'Ossola, per favore!
Il 2 di gennaio ci avviamo alla Kibo Hut a 4700 m, l'ultimo rifugio sotto il pendio terminale del Kibo. Qui di notte gela ed i neri sono totalmente indifesi, ai piedi hanno solo ciabatte. Solo i portatori senior hanno scarponi presi in consegna da qualche turista più o meno generoso. Nessuno di questi chiude occhio nella notte, invece noi insieme ad altri sofisticati trekkers d'alta quota ci godiamo il tepore avvolti nei nostri voluminosi Valandrè testati a meno 24°C.
Il mattino successivo "summit day"; partenza alle 4 con le pile, bello lo spettacolo dei trekkers che zig-zagano con le lampade frontali, lentamente, fino al Gillman's Point, il cratere a 5700 m.
Ci arrivo senza nemmeno il fiatone (sì, non avevo ancora fatto i 30), nonostante il peso del parapendio. Il gruppo si è sgranato. I coniugi Bellet sono una coppia di quarantenni che macinano migliaia di metri di dislivello all'anno, su tutte le montagne del mondo, e mi seguono a distanza. Tirano fuori i ramponi alla vista del ghiaccio, ma non servono perché dal cratere alla vetta la pendenza è modesta.
Percorro la cresta quasi di corsa, voglio avere il tempo di fare tutti i preparativi prima di spiccare il volo. Alle 8 e qualcosa sono in vetta, sono soddisfatto, ma purtroppo c'è una nebbia orribile, non vedo il cratere, non vedo la pianura, non vedo i compagni che lentamente mi raggiungono.
Stéphane guarda il mio enorme zaino con un sorriso perfido. Non mi resta che scendere a piedi. Poco sotto il Gillman's Point (a circa 5500 m) la nebbia si dirada e valuto che si può tentare il decollo.
Devo fare tutto da solo, non ci sono Pierre ed Annie ad aiutarmi. Pianto la piccola manica a vento, so che non serve granché, ma è per darmi sicurezza. Stendo la vela, la tengo giù ai bordi mettendovi sopra dei piccoli sassi. L'aria è umida, fredda. Sono sudato. Controllo tutti i cavi, uno per uno. Controllo i moschettoni. Fisso bene gli occhiali, mi infilo il casco.
Perdo la concentrazione per qualche minuto perché passa un gruppo di trekkers, si fermano incuriositi ad osservare la scena, per loro inverosimile. Poiché arriva un bel soffio frontale, non c'è ragione di non partire. Una robusta tirata con le braccia, la vela si alza pigramente, il vento gonfia i cassoni, faccio non più di tre passi e controllando i freni sono subito in aria. Il ferro da stiro che ho sopra la testa dovrebbe planare come un falco verso la Sella dei Venti tra Kibo e Mawenzi, ma c'è una discreta corrente ascensionale: dovrei essere contento, ma in realtà ho ragione di preoccuparmi.

Salgo nella nebbia e per due interminabili minuti non vedo quasi nulla, sento solo la vela che sbatte per la turbolenza e i cavi che vibrano. Poi per un istante sono fuori dalle nuvole, capisco qual è la direzione giusta da prendere, devo allontanarmi dal cratere, perdo leggermente quota ma poi mi trovo ad almeno 200 metri sopra il Kibo, ossia oltre i 6000! wow! La vetta del Kili è sempre nella nebbia, si libererà nel giro di mezz'ora grazie al riscaldamento solare.
Piego decisamente verso est, ho il sole in faccia e comincio inesorabilmente a perdere quota, passo a 300 m sopra la Kibo Hut, mi concedo una spirale verso il Mawenzi, poi percorro l'itinerario della salita, vedo distintamente i trekkers ed i portatori lungo il sentiero, ad occhio dovrei atterrare presso la radura in prossimità della Horombo Hut a 3700 m. I miei compagni divallano a piedi lungo l'interminabile discesa. Lo sguardo spazia a 360°, è incredibile il sapore dell'Africa in totale libertà, posso fare quello che voglio, è come se avessi comprato il mondo.
Verso le 11 poso i piedi in una radura in prossimità del rifugio. Non avevo appuntamenti, ma c'è una folla di non meno di 50 neri di tutte le età, è evidente che mi tenevano d'occhio da un po'. Temo che ciascuno di essi voglia strappare un pezzo di vela come souvenir, e preso dal panico avvolgo la vela in mezzo minuto, ne faccio un pacco orrendo (mi sembra di vedere Pierre che scuote la testa) e lo ficco nello zaino. Rispondo alle domande, almeno quelle che riesco a capire, sono talmente stordito che cammino per quasi dieci minuti ancora con il casco. Finalmente arrivo al rifugio dove trovo una birra, incredibilmente fresca, come compenso delle mie fatiche.
Mi godo questo successo per quasi tre ore, il tempo di aspettare i miei compagni che arrivano con i piedi gonfi: "Bravo Philippo, tu étais bien la-dessus, ehn?" e giù con la birra.

Filippo Gamba
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