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Milano in vetta

VITA DA AMM - L'ESPLORAZIONE

L'andare alla ricerca di nuovi posti fa intimamente parte della professione dell'accompagnatore. Io lo faccio durante la settimana e tra una risata e l'altra, vorrei tentare di farti capire il "lato oscuro" di questo lavoro (oscuro, perché non lo vede nessuno).
Buona lettura...
Sono le 6 di un martedì qualsiasi. Lo Zzzzzzz è il mio, il Bip Bip Bip quello
della mia sveglia. Alla fine vincerà quest'ultimo. Veloce sciacquata agli
occhi, mentre la macchina va in pressione per il caffè caldo. Addento il
Mulino Bianco uscendo sul balcone, la giornata è bigia, ma è probabile
che in montagna sia ben diverso: magari piove, magari ci sarà un sole che
spaccherà le pietre.
Lo zaino è già pronto sul tavolo, accanto c'è la scatola viveri da riempire con
le solite barrette e la borraccia per l'acqua fresca. Carico tutto in auto in un
silenzio surreale per Milano, solo in lontananza arriva il rumore sordo delle
auto (per ora poche) che bazzicano sulla tangenziale.
Accendo il motore, accendo la radio, cerco di accendere anche il cervello in
questa rigida sequenza.
L'auto scivola via sull'asfalto seguendo una traccia semi-automatica segnata
dalla ripetizione del percorso che mi porterà fuori della metropoli, quasi
sempre in direzione nord, verso Torino o Como o Lecco oppure Bergamo.
Non ho ancora aperto bocca e alla prima spontanea imprecazione che mi
esce ascoltando il radio giornale, la voce è roca, come se non se la sentisse
di competere con quella del radio-giornalista, che sarà in piedi almeno da
un paio d'ore.
Penso alle notizie appena trasmesse, penso al giro di oggi, penso: che 

altro c'è da fare in questi momenti?
Per ora sulle strade ci sono solo camion e questi bestioni, sentendosi più
liberi, scorrazzano a destra e manca (soprattutto a manca) come se fossero
alla ricerca spasmodica del primo cibo della giornata. Dato che non vorrei
essere io la vittima sacrificale, l'attenzione viene portata al livello massimo.
In questi momenti i pensieri si azzerano, come se le manovre su volante,
cambio e acceleratore assorbissero completamente la già poca energia che
ho per ora in corpo.
Scorre via un'oretta, un'oretta e mezza di viaggio ed urge un caffè.
Normalmente ho già un'idea precisa di dove fermarmi (la bassa Valtellina
è una fucina di ottimi bar-pasticceria, per non parlare della Valchiavenna),
a volte invece, memore della bassa soddisfazione dei punti di ristoro finora
conosciuti, mi metto alla ricerca di nuovi locali. Nella penombra dell'alba è
più facile scorgere le insegne luminose dei bar aperti e mi lascio guidare
dall'istinto. Una cosa che non sopporto in questi frangenti è un barista musone
e scontroso: stamattina non ho ancora fatto nemmeno una delle millanta
chiacchiere che alimentano la mia giornata e un viso gentile, disponibile ad
intrattenermi sulle condizioni meteo mentre mi sparo il caffè è indispensabile
quanto la nera e calda bevanda. Non è certamente solo questo il criterio
con cui eleggo i miei bar del cuore: le brioches devono essere fragranti e
magari home-made, vari punti in più sono assegnati in caso di paste salate
o piccoli panini farciti (ecco perché nel Veneto è facile accumulare punti su
punti), il caffè poi deve essere carico e bollente e non moscio o tiepidino, il
gestore "amabile" e non troppo taciturno ma neanche tanto chiacchierone
da stordimento. Completa il quadro un bagno decente e una ricca collezione
di giornali e riviste da leggicchiare seduti al tavolino. A volte mi chiedo se
sono un po' troppo esigente. 
A questo punto del percorso sono già normalmente fuori dell'autostrada e
serpeggio in salita per raggiungere il punto d'attacco del sentiero odierno.
La luce è ormai viva e i miei neuroni in piena attività.
Essendo un'esplorativa devo capire bene dov'è il parcheggio e sono costretto
a fermarmi per controllare la cartina della zona. E' alla fine del paese: 
mormoro tra me e me. Il paese è spesso costituito da quattro case in croce,
dove l'asfalto arriva a mala pena. Però le case sono ristrutturate bene e non
c'è segno di attività agro-silvo-parstorale, segno che qui si sopravvive d'altro,
magari di terziario, spostandosi ogni giorno giù a valle. Qualche finestra è 
illuminata, ma in giro non c'è che il movimento di qualche gatto che si aggira

furtivo a caccia della sua personale colazione, nascondendosi alla mia vista
sotto le auto coperte da uno spesso strato di umidità notturna.
Sopra i tetti delle abitazioni svettano le cime ancora arrossate dalle prime luci
della giornata. Qualcuna la riconosco, ma il grosso è per me sconosciuto. 
Sono qui per questo, per fare il loro incontro e conoscenza e se tutto andrà 
per il verso giusto, per riportare qui in un prossimo futuro un gruppo di 15
cittadini desiderosi di fare una bella escursione.
Anche in queste cose sono decisamente esigente: questa valle mi deve
raccontare qualcosa, mi deve accendere l'interesse, mi deve far scattare il
"click" interno, un click che si localizza a metà strada tra testa e pancia, cioè 
vicino al cuore.
Mentre mi infilo gli scarponi da una casa esce una signora attempata
e protetta da un vecchio grembiule, che mi osserva più incuriosita che
infastidita. Scommetto che qui di gente "foresta" a metà settimana ne vede
poca, anzi pochissima.
"Buon giorno!" è il mio richiamo
"Ngiorno" è la risposta "Va su in alpe?" 
"Passo da là, ma vorrei arrivare fino al colle" 
"E' lunga né" 
"Sì, ma ho tutta la giornata a disposizione. Che lei sappia, com'è il sentiero
ad andare su?" 
"Eeeeh caro mio, è da vent'anni che non vado all'alpe, ormai sono vecia" 
(traduzione alquanto approssimativa dall'idioma locale al mio simil-italiano).
A questo punto parte la solita sequenza di complimenti nei confronti della
signora. La vedo e ricordo mia madre, anche lei con il suo grembiule,
che indossava solo quando era in casa: guai a mostrarlo anche appena
fuori dell'uscio, come se fosse un simbolo di basso livello sociale. Piccole
immagini di un mondo della bassa pianura; qui in montagna evidentemente
valgono altri riti e simboli.
La saluto e parto, non prima di aver dato una riguardata al percorso sulla
cartina.
Di nuovo solo, con i miei pensieri e lo zaino.
Le prime ore del mattino e le ultime della giornata sono quelle che preferisco
per camminare: i colori virati al rosso, le ombre lunghe che danno un forte
senso di profondità all'ambiente regalandomi quella terza dimensione che
la maestosità delle montagne spesso appiattisce. E poi gli odori del bosco,
quando la rugiada e il primo sole fa aprire i fiori e le gemme per sprigionare le
loro sostanze che attirano i preziosi insetti e lo stupore di noi escursionisti.
Il freddo si fa pungente quando entro nel bosco, dove l'umidità è decisamente
maggiore e accelero il passo per pompare un po' di calore nelle articolazioni,
finché non arriva il primo immancabile bivio, ovviamente segnalato da
qualche vecchio bollo sbiadito.
"Fuori la cartina" mi dico e lo dico a voce alta, tanto ormai non c'è più nessuno
che può darmi del pazzo.
"Maledette cinquantamila" riferendomi alla scala "mai che ci sia un dettaglio
quando serve".
Non sarebbe la prima volta, ma mi scoccia dover iniziare da subito la giornata
andando alla ricerca del sentiero corretto. Scelgo in base alla direzione della
meta, fregandomene del sentiero più battuto e invitante che parte più a
destra. Dopo dieci minuti scoprirò che i due percorsi portano nello stesso
punto e che ho preso la classica traccia secondaria che taglia nel bosco.
"Prendiamo un appunto!" Estraggo dallo zaino il Moleskin e penna e
comincio a scrivere alcune brevi note, manco fossi Bruce Chatwin nel bel
mezzo della Patagonia. "Al 1. bivio sulla dx x sent evidente". Basta questo
per ricordarmi della deviazione? Ormai dopo anni di piccole note ho
sviluppato un gergo tutto mio, che apparirebbe ai più una sorta di geroglifico
incomprensibile.
"Mi devo decidere a mettere giù in bella questi appunti, come per il libro
delle ciaspole. Sarebbe un peccato che siano persi con lo smarrimento
del taccuino ed io di smarrimenti me ne intendo." Me lo dico sorridendo,
visto che è l'ennesima volta che faccio questo proponimento, puntualmente
disatteso, dato che necessita di un sacco di tempo per realizzarlo.
Alberi, alberi maestosi, alberi in crescita, arbusti con la chioma a spazzola.
"Ti conosco caro faggio e anche il nocciolo che si nasconde dietro di te. E tu
invece chi cavolo sei?" Ravano ai piedi del fusto sconosciuto alla ricerca di
qualche frutto o foglia che possa fornirmi qualche indizio, ma invano. Non mi
resta che fotografarlo da varie angolazioni come se fosse una modella del
calendario di Max, per poi tentare stasera un suo riconoscimento utilizzando
i sacri testi, che sono rimasi a riposare a casa.
Il sentiero procede a strappi: qualche ripida salita è alternata da tratti
pianeggianti o addirittura in discesa e finalmente si esce dal bosco. Dico
finalmente perché ho voglia di spazi aperti, ma anche di un po' di sole che
riscaldi le mie vecchie ossa. Penso alle ossa e subito l'attenzione salta a
quel piccolo, ma costante e fastidioso dolorino, causato molto probabilmente
dalle calze nuove. Me lo immaginavo che fossero un po' troppo grosse
per gli scarponi che oggi indosso, ma avevo concesso loro una prova, per
toccare con mano, anzi con piede, l'accoppiata calza-scarpone, che alla fine
risulterà in questo caso negativa.
Eccomi fuori dalla vegetazione: è quasi un'ora che cammino e sono circa a
metà strada dei 1000m e passa di dislivello previsti per oggi (escluse quelle
malefiche discesine incontrare poco fa, che mi faranno dannare quando le
affronterò in senso opposto per il ritorno). Una pausa è d'obbligo e intanto
faccio partire il controllo tecnologico: scatto qualche foto, vedo se il cellulare
prende, osservo se il GPS sta memorizzando la traccia.
"Bene, tutto in ordine; ed ora diamo un'occhiata alla cartina. OK sono più o
meno qui e tra poco ci dovrebbe essere un alpeggio. Giusto, ecco lo stradello
più a valle, che taglia tutta la costa della montagna". Battezzo qualche cima,
tanto per divertirmi, ben sapendo che tra cinque minuti avrò scordato quei
nomi così lontani dalla mia vita quotidiana.
"Sono proprio un cittadino" dico tra me e me a voce alta "Con tutti i vestiti
griffati, gli scarponi anti-torsione anti-pronazione anti-scivolamento in Goretex
autodeodorati. E pensare che chi avrà tracciato per primo questo sentiero si
appoggiava ad un bastone di legno e aveva come zaino una sacca di iuta, 
ed io sono qui vestito di polipropilene come una bottiglia di acqua minerale
che si gingilla con tasti e visorini che sarebbero solo un peso inutile se non
portassi con me chili di pile di ricambio." 
Mentre continuo questa auto-chiacchierata ho già ripreso a camminare.
"Cos'è che raccontavo all'ultima gita? Ah sì, che fare il pastore in montagna
è un lavoro pesante, isolato dal mondo, dove devi contare solo tu te stesso.
Dagli occhi che hanno fatto le varie persone mentre lo raccontavo, credo di
aver dato un quadro abbastanza funereo, anche se realistico." 
Manco a dirlo ecco l'alpeggio. Tiro fuori il taccuino e scrivo "Sosta alpeggio" 
per ricordarmi di fermarmi qui la prossima volta e non al bordo del bosco.
Sono in un'ampia conca valliva, sicuramente di origine glaciale e attorno
a me si alza una catena a semicerchio apparentemente invalicabile; 
apparentemente.
"Chi ha tirato per primo il sentiero del colle doveva avere una bella
immaginazione, nel pensare che da lassù si poteva passare!! Come minimo - 
penso - quello si era perso e ha trovato solo per fortuna il passaggio", ma so
che è l'ignoranza che mi fa dire questo.
"OK Bicio, la festa è finita. Ora c'è da scarpinare come si deve".
Mi tolgo uno strato di vestiario, impugno a dovere le bacchette e parto in
tromba.
Il sentiero non è ben tenuto e ogni tanto è interrotto da colatoi di pietrisco
che devo superare interrompendo il ritmo della camminata. In montagna
nulla è fluido, niente fila via come olio, si va avanti a strappi e l'unico modo
per minimizzare la fatica è quello di tenere un passo lento e costante. Ma ora
ho voglia di fatica, basta pensieri, solo camminare.
E la sensazione del ronzio in testa è sostituito da quello dei muscoli delle
gambe e delle braccia che si stirano e si accorciano, producendo il tanto
desiderato movimento. La temperatura è perfetta per mantenere lo sforzo e
concentro l'attenzione solo su dove punto le bacchette e sui movimenti dei
piedi. E' un gioco misto di destrezza e potenza che non finisce dopo pochi
minuti, sennò, come si diceva da bambini, non vale. Il sangue si scalda e
picchia in testa: è mezz'ora che tiro ed è meglio darsi una calmata, anche
perché con la coda dell'occhio ho visto alcuni scorci fotografabili, come
quello dell'alpeggio a volo d'uccello, semi-circondato dal bosco.
In realtà devo rallentare anche perché tra gli sfasciumi la traccia del sentiero
è sempre meno netta ed è bene che dia una controllatina alla carta con
l'aiuto della bussola. La direzione è corretta, più o meno; non sono stato a
misurare l'azimut e a tirare righe sulla carta, e ho fatto male. Gli sfasciumi
crescono a dismisura e la camminata diventa un gioco da saltimbanchi tra
un masso e l'altro. Mi volto indietro e dall'alto ecco ben visibile la traccia del
sentiero che passa più sulla destra rispetto la mia posizione.
"Porca misera!! Mi tocca tornare giù!" e con il sorriso dimenticato, scendo
per riprendere il sentiero dove l'avevo smarrito. Ecco una bella nota per il
mio Moleskin.
La cronaca non ha nulla da aggiungere fino all'arrivo al colle, dove lo spettacolo
è doppio: quello davanti ai miei occhi sul nuovo versante che mi si apre e quello
alle mie spalle. Un ometto era qui ad aspettarmi, ometto di pietra, ovviamente,
dove il solito deficiente ha seppellito una carta di biscotti tra una pietra e l'altra.
Non riuscirò mai a comprendere ed accettare queste cose e battezzando
l'ignoto untore della montagna con una parola che fa rima con mulo, recupero
la spazzatura e le faccio fare compagnia alle mie cartacce.
Ho fame, ho sete, devo fare anche la pipì, ma la prima cosa per cui mi
adopero è una lunga sequenza di foto per la panoramica di turno. Poi, con
calma serafica, mi dedico alle esigenze più corporali.
Il sole qui non manca e mi godo il momento.
"E pensare che sto lavorando!" sogghigno tra i denti, mentre svesto una
banana.

Fabrizio Bellucci
"Zaino in spalla" -  info@zainoinspalla.it