Milano in vetta

L’INARRESTABILE AGONIA DEL VECCHIO MORTERATSCH

Se non ci sarà un’inversione di tendenza gli esperti prevedono che nel 2050 il ghiacciaio di Morteratsch, nei Grigioni, avrà lasciato il fondovalle e fisserà la residenza alle quote più elevate. Chi come il sottoscritto nel 2050 vagherà nei sentieri del cielo non può che affrettarsi a congedarsi da questo gigantesco cristallo che ancora risplende sotto il sole di agosto accogliendo i turisti che salgono dalla stazioncina del trenino rosso del Bernina.

Ci sono due modi per accostarsi alla lingua di ghiaccio superstite del Morteratsch e per godere al tempo stesso di uno dei più splendidi panorami glaciali delle nostre Alpi. Il più semplice consiste nel risalire a piedi per una cinquantina di minuti lungo il viottolo sterrato che percorre il fondovalle. Il più impegnativo e remunerativo è invece seguire il sentiero che percorre la morena laterale sinistra (orografica) e si distacca a destra dalla stradina che porta al ghiacciaio. Qui una grande mano ricavata da un vecchio tronco indica la direzione ed è difficile non cedere alla tentazione di farsi immortalare mentre si cerca goffamente di stringerla. Scavato nella roccia e poi disegnato con eleganti ghirigori lungo la morena, è questo il sentiero che con un dislivello di 600 metri porta alla capanna Boval.

Davanti agli occhi, incantevole, si stende in una lenta zoomata l’altissimo bacino di accumulo del ghiacciaio situato a oltre 3500 metri tra il Pizzo del Bernina e la cresta del Pizzo Argent e del Pizzo Zupò. Ed eccomi con Marina, con la sua mano ingessata per essersi inciampata su un sentiero delle Dolomiti ad arrancare a quota 2500 metri di quota. Questa traccia sulla morena, in realtà per me non ha più segreti. Non è certo la prima volta che salgo alla Boval, di sicuro però è l'ultima. Per sbaglio un giorno con gli sci mi è capitato di salire lungo la morena anziché sul fondovalle. Grave errore. Il risultato fu che a un certo punto fui costretto con Lorenzo, che a quell'epoca ancora si fidava di me, a perdere quota attraversando una valanga assestata per aggirare l’ultimo ostacolo: il ripido costone al termine del quale si trova il rifugio.

Ora, come previsto, il Morteratsch si oppone più che mai costringendomi a desistere sotto il peso dei miei 78 anni. Questo sentiero non fa più per me. E vabbé, mi arrendo, anche per non infierire ulteriormente sul mio cuore restaurato al San Raffaele dalle sapienti mani del dottor Alessandro Castiglioni. Mentre variopinte sassifraghe fanno da cornice sull’orlo della morena, pago di essere arrivato fin quassù, il mio sguardo ripercorre il tracciato delle mie tante discese fuoripista attraverso l’isla persa e anche quello dell’interminabile salita al Palù nel dedalo dei seracchi partendo dalla Diavolezza, legato alla corda di Graziano.

Sulla destra getto ancora un’occhiata alla Biancograt che serpeggia immacolata lassù verso la cima del Bernina: uno dei tanti sogni mai realizzati da un alpinista che più all’acqua di rose del sottoscritto non si può. Poi, come ho spiegato, l’inevitabile dietro front volgendo le spalle a queste meraviglie mentre ancora escursionisti, di sicuro meno attempati, risalgono la morena diretti al rifugio. Che siano venuti qui, anche loro, a rendere omaggio al vecchio agonizzante ghiacciaio? Negli ultimi 122 anni, come informa Daniela Pulvirenti nel suo prezioso libretto “Engadina. Val Bregaglia e Poschiavo” (Polaris, 2012), il Morteratsch si è ritirato mediamente di 16,2 metri l’anno. E purtroppo non sembra avere alcuna intenzione di venire a più miti propositi.

 

Roberto Serafin

www.mountcity.it

Pubblicato il 27/08/2017