IL BOSCO DEGLI UROGALLI
Sono passati vent’anni e ancora gli sembra ieri. Anche perché il tempo, nella vita di un uomo, non si misura con il calendario ma con i fatti che accadono; come la strada che si percorre non è segnata dal contachilometri ma dalla difficoltà del percorso. La Nord del Cervino è molto più lunga dell’Autostrada del Sole. Ma non sono neanche paragoni da farsi, questi. Per lui era andata come sto per dire, ma solo oggi si può trovare un senso al suo comportamento di allora; mentre subiva non era possibile. La sua storia me la sono trovata davanti questa sera vangando l’orto… Come le armate russe avanzavano da est i tedeschi cercavano di evacuare i campi di concentramento, ma non sempre ci riuscivano per la rapidità delle manovre e allora, a piccoli gruppi, i prigionieri di guerra vagavano affamati tra l’una e l’altra schiera di carri armati e cannoni. Così lui, dall’alta Polonia era giunto nella Slesia dove i tedeschi lo ripresero e lo misero a lavorare nelle miniere di carbone. Non si può dire quanto fu duro quel periodo, né si può dire quanto durò perché tutto era sempre buio. Nero il giorno giù nella miniera, nera la notte nelle baracche del Lager, neri i visi, i vestiti, l’acqua dei pozzi dentro il Lager, le patate marce (un mastello per ogni baracca per pranzo e cena e null’altro). Unica cosa bianca la sclerotica degli occhi senza espressione e i corpi nudi dei prigionieri, italiani e russi, che ogni sera portavano a seppellire nella fossa comune.
la lettura prosegue in “Il bosco degli urogalli” di Mario Rigoni Stern, Einaudi