Con l’acquisizione della stazione eretta l’uomo ha iniziato a elevarsi,
sviluppando sempre più le funzioni cerebrali superiori per vedere,
conoscere, capire, fare ed essere.
All’inizio è salito su un albero e su una montagna, ritrovando in
quell’atto una funzione strumentale immediata; poi ha iniziato a
costruire una scala, una piramide, un tempio o una torre per ripetere
e riprodurre in modo funzionale (come se così fosse) o ideale (come
dovrebbe essere) l’esperienza compiuta. Infine attraverso gli stessi
luoghi che aveva reinterpretato, ha riconosciuto la propria mente
che, da quel momento, iniziò anche a ripensarli e a reinventarli.
In un primo tempo la montagna assunse la configurazione di spazio
fisico, costituito da terra, roccia e ghiaccio. Uno spazio abitato da
entità immateriali, da puro spirito, dal trascendente divino.
In seguito le terre alte acquisirono i caratteri di uno spazio immaginario,
lontano e irraggiungibile, per lo più estraneo, abitato dagli dei
diventati antropomorfi e dal divino immanente.
Il passo successivo fu la creazione di uno spazio interno, adatto ad
accogliere le immagini nella mente. Uno spazio interno collocato
comunque in alto, nelle regioni superiori del corpo.
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“In su e in sé”
di Giuseppe Zaglio e Cinzia Zola, Priuli e Verlucca